INAUGARAZIONE ORATORIO DI SANTA MARIA DELLA SELVA

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Un po’ di storia

Da “ LA SELVA” di Francesco Strina

Nel 1493  la famiglia Piroli, abitante nel borgo di Selva di Specchio, comune di Solignano, famiglia di antiquari e sacerdoti, volendo mandare ad esecuzione la volontà del fu Cristoforo Piroli, avo paterno, rivolse al Vescovo di Piacenza la richiesta di poter edificare nei pressi della loro abitazione e nella loro proprietà  una chiesetta.

Ottenuta l’autorizzazione, con grande soddisfazione di tutti gli abitanti della zona, nel 1493 si diede inizio alla costruzione di una piccola cappella.

Questa cappella, ora detta Oratorio, era di dimensioni molto piccole, era costituita da una sola navata con un piccolo campanile a vela.

Le pareti erano interamente in sassi di provenienza locale e il tutto era coperto da un tetto a due acque, costituito da piane di ardesia  posate su travature in legno; all’interno un piccolo altare in pietra e pochi arredi sacri, sopra l’altare un quadro raffigurante S. Antonio Abate.

L’arredo interno era costituito da qualche banco in legno di fabbricazione locale e da  un rudimentale comò.

Per il sostentamento del  sacerdote che doveva garantire il  funzionamento della chiesetta, il  22 febbraio 1493, con rogito di un certo dott. Lazaro, venne fondato un Beneficio sotto la protezione di S. Antonio Abate nel pubblico Oratorio di Selva di Specchio e venne determinato che il rettore responsabile  di questo Beneficio fosse sempre un discendente Seniore  del fondatore.

Dagli atti  di fondazione del Beneficio:

Angelo Testa, dott. Collegiato in laurea teologica, canonico della cattedrale di Piacenza e della Curia Vescovile di detta città, vicario generale, certifica  che:

Per atto del notaio Francesco de Pontolo  del giorno 22 febbraio 1493 estratto dal notaio piacentino Giovanni Lazaro de Curte, il sacerdote Giovanni figlio del fu Gulielmo Piroli e altri famigliari (seguono i nomi).volendo mandare ad esecuzione la volontà del fu Cristoforo Piroli, loro avo paterno, hanno fondato ed eretto il Beneficio Ecclesiastico col titolo di Santa Maria della Neve e S. Antonio Abate nel loro Oratorio da essi fatto costruire nel luogo detto La Selva, sopra una pezza di terra di loro proprietà attigua alla loro casa con l’obbligo del beneficiato di celebrare in detto Oratorio la Santa Messa in ciascuna settimana. Il beneficiato, il sacerdote Giovanni Piroli, avuto l’assenso del parroco della chiesa parrocchiale di Specchio accettò l’incarico riservandosi il diritto di nominare il suo successore che in ogni caso doveva appartenere alla dinastia dei Piroli.

Ciò è confermato anche da un rogito, redatto il 27 giugno 1660 da Giovanni Battista Fellegara  in cui, con il benestare di Galvano e Domenico Piroli venne nominato beneficiato il sacerdote Filippo Piroli.

Con un successivo rogito datato 3 dicembre 1668  dal notaio Giovanni Antonio Caravelle, essendo deceduto  Don Filippo Piroli, venne nominato come suo successore Don Alessandro Piroli.

Per una momentanea mancanza di un erede Piroli, disposto ad assumere il rettorato del beneficio, il 28 maggio 1688, il beneficio passò a Don Paolo Astori.

Il 5 febbraio 1698 ,il beneficio, con rogito di Giuseppe Groppi ripassò  a Don Francesco Piroli.

Alla morte di Don Francesco Piroli avvenuta il 7 aprile 1700,  con il benestare degli eredi Piroli, Alessandro e Domenico,  il 15 giugno 1700, venne nominato con rogito del cancelliere Giuseppe Groppi  il sacerdote Alessandro Astori.

Alla morte di Don Alessandro Astori  e fino al 1820, a guida del beneficio si alternarono diversi sacerdoti della famiglia Piroli (Bernardino, Alessandro, Domenico, Giacinto)

Dopo la  morte di Don Giacinto Piroli, avvenuta il 31 luglio 1819 , il 1 febbraio 1820 il benefico venne conferito d’autorità al sacerdote Don Francesco Busani .

Il 7 maggio 1834, a seguito della morte di Don Busani, i Piroli non avendo più sacerdoti nel loro ambito famigliare, nominarono, con il benestare del cancelliere vescovile Don Antonio Daccò, il 3 luglio dello stesso anno, Don Giuseppe Strini (a).

Alla morte di Don Giuseppe Strini(a), avvenuta il 27 febbraio 1842, non comparendo più nessun componente della famiglia Piroli disponibile a sostenere il beneficio, Monsignor Sanvitale, Vescovo di Piacenza, di sua autorità, il 2 novembre 1842,  conferì il beneficio a Don Giovanni Giovanelli, rettore della parrocchia di Castione, che ne rimase in possesso fino al 17 novembre 1869.

Il beneficio, voluto dai Piroli, consisteva di 18 appezzamenti di terreno, sparsi nel comune di Solignano e di Varsi.

Piroli Francesco, non volendo più sostenere il benefico, dopo aver compiuto  vari atti legislativi presso il demanio di Parma, necessari per svincolarsi dal benefico, e dopo aver pagato le relative  tasse, il  notaio Dott. Luigi Orsini il 24 agosto 1869 autorizzava il Piroli alla cessione di tutti diritti posti sui beni del beneficio a   Pietro Gabelli, alla loro madre Carpana Caterina e ai fratelli Giuseppe e Luigi,che entrarono così nel legittimo possesso di tutti i diritti.

(un beneficio è un insieme di beni patrimoniali eretto in ente giuridico dall’autorità ecclesiastica per assicurare il sostentamento al titolare di un ufficio ecclesiastico)

A questo punto, in base ad una legge del 15 agosto 1867 si stabilì che  il sacerdote Giovanni Giovanelli, avrebbe avuto diritto ad un retta annua di lire 113,45 necessaria al suo sostentamento.

I Gabelli, detentori dei diritti ceduti dal Piroli si impegnarono a versare  al sacerdote detta somma in due rate annuali, a maggio e a novembre, impegnando il sacerdote a soddisfare gli obblighi annessi al beneficio

I fratelli Gabelli pagarono la prima rata ma non potendo onorare le successive alle scadenze previste, attivarono un ipoteca sugl’immobili  per una somma di lire 2200, esigibile da Don Giovanelli ogni qual volta essi non avrebbero versato la somma di lire 113,4

Non potendo far fronte a queste spese e non avendo altre fonti a cui attingere si presume che per onorare l’ipoteca, i Gabelli abbiano messo in vendita un ragguardevole numero di terreni, decretando così l’estinzione  del beneficio.

Fin qui  la sintesi della storia antica di questo Oratorio.

 

Dopo lo scioglimento del beneficio, per far fronte alle esigenze dei fedeli della zona, le cerimonie essenziali (sagre, funerali ecc.) vennero svolte dal parroco di Specchio.

Questa chiesetta molto piccola,  malandata e pericolante, per il volere dell’allora parroco di Specchio, venne sottoposta ad una prima ristrutturazione ed ad un primo ampliamento che si concretizzo con lo spostamento della facciata verso ovest e l’inserimento di due piccole finestrelle.

Passarono alcuni decenni e lo stato di conservazione dell’immobile ritornò ad essere preoccupante, abbondanti infiltrazioni d’acqua provenienti dal lato del cimitero compromettevano la stabilità della costruzione interessando anche il distaccamento dell’intonaco dalle pareti, così si decise di avviare un secondo e quantomeno decisivo  intervento di risanamento.

Nel luglio del 1955, grazie alla donazione del terreno, da parte di un privato, ebbero inizio i lavori per un ulteriore ampliamento; fu rifatto il tetto e il  campanile, nelle nuove pareti furono ricavate altre due piccole finestre e le nicchie per le statue dei Santi;  nel 1957 Mons. Rolleri Giovanni,  da poco nominato parroco di Specchio, avvalendosi della  collaborazione di tutta la popolazione che oltre a contributi in denaro prestava manodopera gratuita, avviò i lavori per una sistemazione definitiva; fu scavato  un fossato per isolare dal terreno la parete lato cimitero e venne rifatta tutta la pavimentazione interna.

Con la scomparsa dell’ultimo parroco di Specchio, Mons. Rolleri, anche l’Oratorio di Selva che è stato un importante punto di incontro e di guida  per tutta la popolazione della valle,( vi si celebravano ogni anno molteplici ricorrenze religiose; Sant,Antonio Abate, Santa Lucia, Santa Apollonia…) si stava avviando verso un lento ma inesorabile e preoccupante decadimento, cosicché nel 2016 per  volere e con i contributi degli abitanti della zona, dopo l’espletamento di impreviste  pratiche burocratiche,  sono iniziati i lavori di riassetto di tutta la struttura. Un significante cedimento dei muri perimetrali ha richiesto un vitale consolidamento delle fondazioni con l’immissione di grandi quantità di calcestruzzo, sono stati restaurati e stuccati a giorno i muri perimetrali, anche il portone d’ingresso, logorato dal tempo è stato sostituito con un nuovo portone in castagno, e con l’inizio del 2018, il sagrato in terra battuta, è stato lastricato con  una pavimentazione in blocchetti di porfido, inoltre, a garanzia della sicurezza delle persone,  è stato installato uno steccato in legno;  buona parte dell’interno della chiesetta, compreso l’abside,   è stato ritinteggiato, è stato installato un impianto di amplificazione audio esteso fino all’esterno, le sedie che occupavano la navata centrale sono state sostituite da   dieci banchi con inginocchiatoio, forniti dalla Ditta Spinelli di Carate Brianza , è stato installato anche un nuovo lampadario al centro della chiesa, inoltre sono state restaurate le statue di Sant,Antonio, Santa Lucia e di  Santa Maria della Selva.

Essendo ormai stati ultimati tutti i lavori di restauro e riqualificazione, che hanno concorso  a dare a questa chiesetta  una nuova veste, sabato 9 giugno alle ore 14,30, Sua Ecc.Mons. Enrico Solmi, Vescovo della diocesi di Parma, coadiuvato dai parroci di Varano de Melegari, Don Evio e Don Jarek, ha inaugurato questo complesso, orgoglio di tutta la popolazione della valle,  celebrando  nell’Oratorio di Selva di Specchio, una  Santa Messa  solennizzata dalla   Corale di Pellegrino P.se

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Esterno  dell’Oratorio prima del restauro

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Esterno dell’Oratorio dopo il restauro

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Interno Oratorio prima e dopo il restauro

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                                 INAUGURAZIONE

IL TAGLIO DEL NASTRO

Sua Ecc. Mons. Enrico Solmi e il Sindaco di Solignano Sig. Lorenzo Bonazzi

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La celebrazione della Santa Messa solenne

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La Corale di Pellegrino Parmense

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“In questo Oratorio, la seconda domenica di Settembre si celebra la festa di ”Santa Maria della Selva”

 

L’Oratorio e l’annesso cimitero

All’inizio del rinascimento, i defunti venivano seppelliti o all’interno, o nell’atrio o nei sagrati delle chiese, ma nel 1758 l’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo decretò che questi tipi sepolture non si potevano più fare, essi dovevano avvenire in spazi circoscritti e in luoghi aperti; per rispettare la legge venne recintato, vicino all’Oratorio della Selva, uno spazio delimitato con la funzione di cimitero e venne costruito al suo interno una  cappella mortuaria con due tombe/ossari, una per le donne e una per gli uomini; col passar del tempo la recinzione venne sostituita da un muro in pietra, ma dopo tanti anni anch’esso stava andando in rovina  .  Con delibera del consiglio comunale n° 61 del 14 novembre 1954 venne indetto l’appalto per i lavori di ampliamento del cimitero e il rifacimento, in quanto decadenti, dei muri perimetrali in pietra; questi muri non ricoprivano l’intero perimetro, cosi ché nel 1979  la comunità si è fatta carico del loro completamento costruendo la parte mancante con  blocchi di cemento prefabbricati che poco tempo fa, dal lato del sagrato, sono stati tinteggiati;  anche i vecchi muri perimetrali esistenti  e la cappella mortuaria, nel 2017, rispettando le rigide regole della soprintendenza delle belle arti e dei beni culturali, sono stati restaurati e stuccati a giorno  a cura del comune di Solignano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MASSARI- FIACCOLATA DI FINE MAGGIO

Come ormai è risaputo,  da un po’ di tempo  la comunità di Massari, per non dimenticare e per far conoscere ai giovani le antiche tradizioni delle nostre colline,   in collaborazione con gli “Amici della Valle”, pianifica  una serie di eventi che si collocano, nell’arco dell’anno, in date o periodi storicamente tramandati.

A tal proposito occorre ricordare che anche  il mese di  maggio faceva parte di una tradizione popolare, in quanto era il mese  che la gente che qui abitava, dedicava  in modo particolare alla venerazione della Vergine Maria .

Negli anni cinquanta del secolo scorso per tutto il mese di maggio, al calar della sera,  nelle nostre famiglie era consuetudine recitare il  Santo rosario e accendere un cero davanti ad un effige della Madonna; il sabato sera invece la gente si ritrovava   alla Maestà de i Barbieri e lì recitava  il rosario  al cospetto della statua della Vergine, ma con i tempi in  frettolosa evoluzione, complice anche l’arrivo della televisione, questa usanza si è sempre più affievolita, fino a scomparire

Per ricordare in qualche modo quei tempi ormai lontani, anche quest’anno la nostra comunità  si è raccolta la sera del 26 maggio alla Croce della Canova ,  dove per l’occasione era stata portata la statua di Santa Maria della Selva, accolta festosamente  dai canti della Corale di Pellegrino Parmense.

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Giunto il tramonto,  la gente e   Don Jarek, parroco della parrocchia di Specchio,  con una fiaccolata hanno accompagnato in processione, alternando con canti la recita del  Santo rosario, la statua della Vergine fino alla Maestà de i Barbieri, dove è rimasta   tutta notte, per ritornare il giorno dopo nell’Oratorio di Selva.

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Corale di Pellegrino Parmense

CANTAMAGGIO 2018

Calendimaggio o Cantar maggio è una  tradizione antica  che consiste in  una festa allegorica che si tiene tra il 30 aprile e il primo maggio  per festeggiare l’arrivo della primavera

Questa celebrazione  risale ad antichi  popoli ( Celti,Liguri,Etruschi)  che vivevano secondo i ritmi della natura  per i quali l’arrivo della bella stagione rivestiva una notevole importanza.

Ancora oggi  questa tradizione magico- propiziatoria  ha luogo  in tante regioni Italiane e consiste in un percorso lungo il quale i cantori o maggerini , ornati di simboli primaverili, effettuano  una raccolta di doni  visitando i villaggi della zona e soffermandosi davanti alle  varie abitazioni  cantano canzoni bene auguranti

Anche nella  nostra collina, come ormai  è consuetudine , la sera del 30 aprile, i Ragazzi della Val Cenol  hanno rinnovato questa tradizione portando i loro canti e la loro musica nelle frazioni e nei piccoli paesi della zona;  partendo da Specchio, passando per Filippi e altri borghi hanno fatto tappa anche a Massari, dove i pochi abitanti ancora residenti hanno accolto i cantori con simpatia e cordialità, ricambiando la loro allegria con uova, dolci e un bicchiere di buon vino.

CANTAMAGGIO A I MASSARI

 

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8 Marzo

L’8 marzo, giorno dedicato alle donne è passato da poco ; quel giorno a i MASSARI  c’erano 50 cm. di neve e la percorribilità delle strade non era delle migliori , di conseguenza il tradizionale incontro con le nostre donne per esprimere loro la nostra gratitudine  e la nostra riconoscenza per la  quotidiana dedizione delle proprie energie , al lavoro, alla famiglia, ai mariti e ai figli  siamo stati costretti a rinviarlo al sabato successivo.

Quel giorno,  anche se  l’afflusso è stato ostacolato dal perdurare  dell’instabilità atmosferica  ci siamo ritrovati  ugualmente in un significativo   numero  a festeggiare  e  rendere onore alle regine della nostra casa.

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Una piacevole serata trascorsa in compagnia dedicata alla degustazione e all’apprezzamento di quanto, con mano sapiente, le nostre donne avevano cucinato

Fra i graditi ospiti ci hanno onorato della loro presenza il Sindaco di Solignano,  Sig. Lorenzo Bonazzi, il Vice Sindaco  Sig. Chistian Lupi e non poteva mancare la presenza femminile dell’Assessore Ilaria Bergonzi.

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Al termine della serata , al gentil sesso è stata offerto una rosa rossa,simbolo di amore e di passione

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p.s.

Quella sera, come sempre,  a farci compagnia con la sua euforia e la sua genuina schiettezza   c’era anche lui, Bruno Ziliani il “marinaio”( per i tanti anni di servizio trascorsi in marina);

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qualche giorno dopo, quando nessuno di noi se lo aspettava, un beffardo destino se lo è portato via facendolo volare lassù  in alto………… siamo sicuri che anche dall’alto non ci farà mancare la sua esuberanza .

UN GRANDE AMICO……

Bruno Ziliani, detto “Il marinaio” ci ha improvvisamente lasciato, lo staff de” Gli Amici della Valle ” ,” gli amici de i Massari” e  la redazione di “Massarivillage” ricordano questo grande amico e collaboratore sempre presente e attivo in ogni iniziztiva; ci mancherà  la sua presenza, il suo sorriso, la sua vivacità  e la sua semplicità, un grande uomo che se anche non è più fra noi ci seguirà   da lassù e briderà con noi.    Le più sentite condoglianze alla sua famiglia

Ciao BRUNO

La mia Valle

Premessa
Probabilmente a quelli della mia età, che la storia di questa valle hanno vissuto, quanto qui racconto non dirà nulla di nuovo; ciò nonostante ho ritenuto opportuno dedicare un po’del mio tempo libero per integrare quanto altri hanno già scritto sull’argomento e portare così a conoscenza delle generazioni più giovani la storia passata e  vissuta da questa comunità, fatta di una esistenza quotidiana, sofferta e faticosa, ma affrontata sempre con coraggio, saggezza e dignità.

DAL MONTE DOSSO AL TORRENTE CENO

La casa in cui sono nato e cresciuto è ancora lì sul versante est della valle che dal Monte Dosso scende verso il greto del torrente Ceno; simile a tante altre della zona è muta e silenziosa, pronta però a riprendere pienamente vita quando, come ora, ritorno da queste parti.

E’ inverno in Valceno (dicembre 2010) e sono giunto qui da poco; fuori il freddo è intenso, l’aria è gelida e pungente, il cielo cupo e grigio non promette nulla di buono; la stufa l’ho già accesa e comincio ad apprezzarne l’effetto, decido di accendere anche il camino, mi infilo una vecchia giacca a vento, un berretto di lana ed esco per fare scorta di legna; la legnaia, un ex pollaio riadattato, è in fondo alla discesa, percorro velocemente questi pochi passi, riempio due secchi e ritorno.

Il camino comincia a scoppiettare e mi rallegro; resto per un po’ ad ammirare lo sfarfallio della fiamma poi mi alzo, mi avvicino alla finestra, sposto con una mano la tendina e guardo fuori; non provo stupore nel vedere che qualche fiocco di neve, mosso dall’aria, scende svolazzando per depositarsi sul pianerottolo e sull’asfalto: il meteo l’aveva previsto.

Lascio la tendina spostata, mi siedo davanti al camino e ne apprezzo il calore sfogliando qualche rivista; di tanto in tanto sbircio verso la finestra ed osservo la neve che cade sempre più intensamente. Passa qualche ora, i rami delle piante cominciano a piegarsi verso terra sotto il peso della neve, un pettirosso beccheggia sotto una siepe e una spessa coltre bianca copre ormai tutta la zona: il panorama è incantevole e suggestivo.

Il tempo passa, continua a nevicare, scende un silenzio che prevale sui rumori attutiti dalla neve; all’improvviso in questo silenzio quasi tombale odo in lontananza un rumore che piano piano si avvicina aumentando continuamente d’intensità, tendo l’orecchio per ascoltare meglio, il rumore continua ad avvicinarsi, mi rinfilo la vecchia giacca a vento, il berretto ed esco a vedere: un moderno e potente trattore, adeguatamente attrezzato, con i fari accesi e un lampeggiante arancione in funzione, sbuca in fondo alla salita, subito mi raggiunge e mi supera, avanza ancora una decina di metri, fa dietro front, appoggia a terra un meccanismo a forma di cuneo; l’operatore (Franco) ne regola automaticamente la larghezza e riparte in discesa.

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 Dietro di lui non c’è più neve, la strada è libera e transitabile e la neve spinta ai lati dal meccanismo sembra formare una lunga barriera protettiva; il rumore del trattore così come è arrivato gradualmente se né andato disperdendosi nell’aria . Era passato un moderno spartineve.

Rientro in casa, mi risiedo davanti al fuoco del camino pensando ancora a questo mezzo che in un batter d’occhio è arrivato ed è ripartito: “devo sgomberare velocemente anche le altre strade” mi disse l’operatore mentre transitava davanti a casa.

Con indifferenza riprendo a sfogliare alcune pagine della rivista, la mia mente ancora occupata da quanto avevo appena visto si distrae e non mi permette di concentrarmi; giro avanti e indietro  alcune altre pagine senza particolare interesse, il tempo passa e la figura del trattore comincia lentamente a dissolversi, al suo posto prevale un ricordo che mi riporta alla mente un qualcosa di simile che avveniva oltre mezzo secolo fa. .

nevicata15Nevicata del 10 Marzo 2010

A quei tempi, una sessantina d’anni fa, le nevicate erano molto più frequenti e abbondanti di adesso, a volte raggiungevano altezze che sfioravano il metro; le strade in terra battuta e sassi erano strette e tortuose, la neve spinta dal vento si accumulava negli avvallamenti e nelle curve, perciò era necessario per quanto possibile renderle transitabili perlomeno a piedi; intorno a casa, con pale e badili si tracciavano stretti percorsi, ma per aprire un varco nelle strade occorreva utilizzare un mezzo costruito artigianalmente che nulla aveva a che fare con il meccanismo di prima, se non per una marginale somiglianza.

Questo attrezzo, composto da due tavole di legno lunghe un paio di metri, entrambi con la parte anteriore convergente a cuneo e la parte posteriore più larga, simile alla lettera alfabetica “V”,veniva posto sulla strada e trainato su un percorso dalla lunghezza stabilita e convenuta con gli abitanti vicini da una coppia di animali da tiro (mucche o buoi ); il risultato che si otteneva non era certo paragonabile a quello del moderno trattore, ma in qualche modo riusciva a far convergere una buona parte della coltre bianca ai lati della strada aprendo un discreto varco nella neve percorribile a piedi

Era già trascorso un po’ di tempo, la neve continuava a cadere, ma meno copiosa di prima, lo spartineve era ripassato ancora alcune volte  mentre questo fenomeno atmosferico, tipicamente invernale, pian piano si esauriva; io però continuavo a pensare a quel tempo ormai lontano quando anch’io ero partecipe della vita che si viveva in questa valle: la Valceno.

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La “Valceno”, memore dei miei ricordi, è delimitata a nord/est dall’omonimo torrente che, dal monte Penna (1735 m.) nell’alta Val Taro, dopo un percorso di circa 60 km, sfocia nel fiume Taro poco a monte di Fornovo; a sud/ovest dalla catena montuosa del monte Dosso (1245 m), del monte Lei (859 m), del passo Colla (811 m) e dalla dorsale che da Carpadasco, passando per il passo della Fosa, arriva fino a Castelcorniglo.

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Osservando questo territorio il nostro occhio, spaziando in un ambiente naturale tra le pendici dei monti, gli altopiani e le colline, il crinale di Rivone (645 m) e la catena rocciosa del monte Debbio (563), noterà che questa valle, delimitata anche dal Rio delle Borelle e della Selva a sud/est e dal Rio del Torchio a nord/ovest, scende lentamente verso il letto ghiaioso del Ceno le cui acque silenziose scorrono solitarie verso la pianura. La parte alta della dorsale, compreso il Monte Dosso, il Lej, Contile (725 m) e passo Colla, è amministrata dal Comune di Varsi; la parte più bassa comprese le frazioni di Carpadasco – Borelle – Priana – SelvaCanova – Barbieri – Massari – Galgara – Bolsi – Trabucco e altre ancora è amministrata dal Comune di Solignano, capoluogo sede del Municipio

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Questa vallata, costituita da costoni e crinali naturalmente ben definiti, ha un aspetto morfologico più o meno regolare formato da spianate, ripidi pendii, avvallamenti stretti e profondi, caratterizzati da notevoli pendenze e forti dislivelli.

Negli anni sessanta, l’avvallamento che ora identifichiamo tra le frazioni di Selva/Priana e Canova/Barbieri aveva un aspetto ben diverso dall’attuale; nella parte alta detta “Lametta”, dove ora notiamo una brulla scarpata con una forte pendenza, c’era una splendida collina con un altopiano ampiamente alberato che degradava lentamente verso il basso, c’erano campi coltivabili e ampie aree boschive, c’era una strada che saliva verso Contile che  al “Landino” si diramava  in direzione de La  Fosa,  un’altra ancora partiva da la Canova, attraversava il rio che ancora scorre verso valle e si immetteva su una proveniente dai Barbieri per proseguire fino a La Selva.

A partire dalla metà del XVIII secolo molte frane  si sono susseguite in questo territorio, ma le più recenti risalgono alla fine del 1900;  una prima frana avvenne  nella notte del 4 dicembre 1960, causando ingenti danni alle colture  e al patrimonio boschivo,   una successiva avvenuta nel 1962 ,  staccatasi dall’alto della “Lametta” (1) , ha travolto in pochi giorni tutto ciò che ha trovato sul suo percorso; la collina e il suo altopiano  scivolando verso il basso hanno spinto a valle  boschi, campi e strade, lasciandosi alle spalle un panorama di devastante distruzione che la legge della natura in questi cinquant’anni ha tentato di ricomporre anche se restano ancora ben visibili gli ingenti danni che ha causato, ma fortunatamente gli abitanti e le loro abitazioni non sono stati coinvolti

Un altro evento naturale, fortunatamente con conseguenze minori, si è verificato diversi anni dopo: il 24 agosto del 1987 un violento nubifragio si abbatté in poco tempo sulla nostra zona, una pioggia incessante cadde in grande quantità in poche ore; i rii e i ruscelli, normalmente in secca nel periodo estivo, colmi di detriti e rami secchi accumulatosi nel tempo, non riuscirono a far defluire questa enorme massa d’acqua che si riversava nel loro alveo.

L’acqua che scendeva anche dalle alture del ”pantano”, altopiano ai piedi di Contile, iniziò così a tracimare dagli argini di questi rii e ruscelli acquistando sempre più forza e velocità man mano che invadeva i campi e i boschi del “Landino e della Lametta”; la quantità d’acqua era talmente tanta che in poche ore si trasformò in un impetuoso fiume che trascinò con se fango, alberi, rocce e quant’altro incontrò sul suo cammino. Una parte di quest’acqua terminò la sua corsa riversandosi nel rio della “Bora” a fondo valle e un’altra parte finì nel rio di “Selva”.

I danni causati da questa “alluvione”, seppure ingenti, fortunatamente sono stati limitati; il peggio è toccato ai campi coltivati e ai boschi, dove ancora oggi si possono notare avvallamenti, tronchi di alberi, sassi e rocce lasciati dal passaggio di questo fiume di acqua, di fango e di detriti di ogni genere.

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Ora in tutta la zona la vegetazione, costituita da boschi e campi è esuberante; le piante più importanti che crescono in questi luoghi sono di diverse specie: quercia, cerro, faggio, castagno; il sottobosco è formato da vari cespugli con ginepri, biancospini, rosacee, fiori campestri e boschivi e tante altre varietà di piccole piante.

Le rocce che spuntano qua e là nei pendii sono rocce arenarie formate da elementi sabbiosi cementati fra loro più o meno tenacemente.

Il terreno è vario, argilloso e misto; la conformazione del suolo ha insegnato alla gente i luoghi più sicuri dove costruire le proprie case, ha insegnato loro il modo di coltivare e produrre tutto ciò che poteva servire per vivere una vita povera, ma tranquilla e serena.

Dal dopoguerra e fino a pochi anni fa, in questi campi, incorniciati dai boschi, si coltivava tutto ciò che era indispensabile per l’alimentazione sia delle persone che degli animali, si produceva frumento necessario per fare il pane, granoturco per la polenta e per gli animali e foraggio per il bestiame.

Nelle annate particolarmente aride la produzione di foraggio era scarsa e i contadini ovviavano a questa misera raccolta di fieno con la sfogliatura delle piante; andavano nei boschi portandosi a presso una grande cesta fatta con rami di salice, la riempivano con le foglie verdi delle piante, in particolar modo foglie di quercia, tornavano a casa e alimentavano gli animali con queste foglie nei periodi in cui non potevano portarli al pascolo.

Qualche mucca o qualche pecora, custodite nella stalla, erano l’unico capitale dei contadini nel primo dopoguerra; le mucche fornivano loro forza da tiro per il carro o per l’aratro, quel poco latte sufficiente per la colazione, per il formaggio e per il burro e, se tutto andava bene, una volta all’anno si verificava anche qualche lieto evento con la nascita di un vitellino che, dopo la crescita, la maggior parte delle famiglie vendeva per racimolare qualche soldo; il burro si otteneva scremando il latte prima di fare il formaggio; la panna recuperata veniva versata in un contenitore simile ad una grossa bottiglia: agitando sulle ginocchia, avanti e indietro, per un certo tempo questa bottiglia con all’interno la panna si otteneva un burro bianco e delizioso.

Dalle pecore ottenevano la lana: questa lana veniva lavata, districata e cardata con lo scardasso, una specie di pettine piatto con denti uncinati;

scardasso1l’uso di questo strumento permetteva di “pettinare” e allineare le fibre della lana per ottenerne poi piccole matasse soffici e leggere che in seguito venivano filate con la rocca e il fuso oppure con l’arcolaio o filarello, al fine di ottenerne un filo indispensabile per fare maglie e calze per l’inverno.

Filarello

La rocca, un arnese lungo circa un metro, ricavato da una bacchetta di legno, normalmente nocciolo, che le donne all’atto della filatura stringevano tra il gomito e il torace, infilandone la parte inferiore nella cintura del grembiule, serviva per filare la lana a mano; un estremità di questa bacchetta veniva spaccata in quattro parti e allargata con idonei distanziatori quando il legno era ancora tenero; una volta che il legno si era essiccato questa estremità rimaneva gonfia formando una specie di gabbietta in cui veniva introdotta una matassa di lana grezza, scardassata in precedenza, dalla quale le donne ne sfilavano un ciuffetto che con due dita arrotolavano ottenendone un filo grossolano, legavano questo filo all’estremità di un fuso, imprimevano al fuso un movimento rotatorio, il filo grossolano iniziava ad attorcigliarsi e mentre il fuso girava, le donne facevano scorrere le dita avanti e indietro (pollice e indice) sul filo stesso ottenendo così un filo sottile e omogeneo adatto ad essere lavorato a maglia.

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Il fuso usato per la filatura a mano è un oggetto di legno lungo una trentina di centimetri, panciuto nel mezzo e assottigliato alle estremità sulle quali venivano ricavati due rigonfiamenti ben accentuati; a uno di questi rigonfiamenti veniva legato il filo durante l’operazione della torcitura e, man mano che il filo si torceva allungandosi, lo si avvolgeva sul fuso stesso.

roccafusoLa rocca e il fuso

La terra veniva lavorata con poveri attrezzi, zappe, vanghe, picconi e modesti aratri sia di ferro che di legno trainati in maggior parte da mucche e, per chi li possedeva, anche da buoi;

contadino

l’aratro in legno era formato da una lunga stanga il cui lato anteriore veniva agganciato al giogo che univa i due bovini, mentre il lato posteriore terminava con un punta ricoperta in ferro (vomere) inclinata verso terra che, incuneandosi nel terreno, tracciava un solco costringendo le zolle a rivoltarsi; un manico convesso verso l’alto serviva da guida.

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Aratro in ferro per animali da tiro

Non esisteva alcun impianto di riscaldamento, l’inverno era lungo e il freddo era intenso e pungente, le nevicate erano abbondanti e la neve rimaneva per lunghi periodi; l’unica fonte di calore erano il camino o la stufa a legna che, collocata al centro della cucina, provvedeva a riscaldare tutto l’ambiente; intorno ad essa ci si riscaldava pure quando si rientrava in casa dopo aver svolto qualche lavoro all’esterno.

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Le stanze per dormire erano gelide e il letto sembrava una lastra di ghiaccio; per sopperire a questo disagio si metteva il “prete” a letto; non so perché si chiamasse così, ma in realtà il prete non era altro che un intelaiatura semicurva  di legno mediante la quale si tenevano sospese le lenzuola in modo tale che si potesse posizionare all’interno del letto lo scaldino; lo scaldino, un braciere ricolmo di carboni ardenti coperti con cenere per evitare di bruciare le lenzuola e per prolungarne la durata, veniva posto all’interno del prete e il calore che esso sprigionava era sufficiente per riscaldare tutto il giaciglio. Questo modo di riscaldare il letto potrebbe essere tuttora in uso in qualche casolare.

 prete

braciere2

Avevo pochi anni allora e mi ricordo che nei primi tempi del dopoguerra alcune famiglie coltivavano addirittura le piante di canapa, dal cui fusto diritto e peloso, dopo un opportuno trattamento di essiccazione, battitura e filatura, ottenevano un filo di fibra tessile con il quale tessevano stoffe per ricavarne lenzuola o tovaglie.

Anche il caffé si faceva tostando i chicchi d’orzo ricavati dalla coltivazione dell’orzo stesso. L’orzo, piantina simile al frumento veniva seminato in autunno e trebbiato in estate; una quantità consistente del raccolto era destinata all’alimentazione animale, la rimanenza veniva accantonata, periodicamente tostata e macinata serviva per farne caffè.

Gli attrezzi erano il “tostino”e il “macinino a manovella”. Il tostino del caffè era un utensile in ferro composto da un corpo cilindrico provvisto di uno sportellino per l’introduzione dei chicchi d’orzo e da un lungo manico che terminava con un impugnatura in legno allo scopo di non scottarsi le mani durante la tostatura. Il “tostino”durante l’operazione di tostatura veniva appeso da un lato alla catena del camino e con l’apposita impugnatura, creata sull’altro lato, lo si faceva girare sul focolare fino a quando l’orzo non assumeva un colore castano-bruno.

L’orzo così imbrunito veniva poi macinato a mano con il macinino a manovella, la polvere che ne derivava la si faceva bollire in acqua e il caffè ottenuto veniva all’occorrenza riscaldato nell’arco della giornata.

tostino    macinino

Dall’orto si ricavavano legumi (fagioli, piselli, ceci fave), verdure e patate. Esistevano molte piante da frutta, diverse qualità di pere e mele, e negli anni in cui la produzione era abbondante, questa frutta veniva pure commercializzata, specialmente le mele.

Ora, causa l’inquinamento atmosferico e l’incuria dovuta al venir meno dei nostri padri, tante specie di queste piante si sono estinte e con esse anche la produzione di frutta è quasi del tutto scomparsa.

Diverse famiglie coltivavano anche la vite, da cui traevano un vino di buona qualità. Esistevano tante vigne e tanti filari di vite; la vendemmia durava alcuni giorni, l’uva raccolta veniva versata in un grosso tino dentro al quale veniva poi pigiata con i piedi.

C’era tanta povertà, ma veniva vissuta con altrettanta dignità, gli affetti e i sentimenti erano semplici e genuini come i prodotti della terra, cordialità e ospitalità erano parte integrante del carattere di questa gente, tant’é vero che a diversi viandanti di passaggio, (oggi clochard o senzatetto) veniva sempre offerto qualcosa da mangiare e spesso venivano pure ospitati per trascorrere la notte; essi si accontentavano di dormire nella stalla.

A quei tempi non c’erano i congelatori e anche se ci fossero stati non si sarebbero potuti usare per la mancanza di energia elettrica, perciò la gente conservava le scorte per l’inverno essiccando tutto quanto era possibile essiccare.

casa contadina

Tipica cucina contadina del dopoguerra

La corrente elettrica mancava in tante frazioni; è arrivata in tutte le case a metà degli anni sessanta; la potenza di questa linea elettrica era talmente bassa che era appena sufficiente per l’accensione di alcune lampadine.(2)

Mancando l’energia elettrica in quel periodo l’illuminazione delle abitazioni si otteneva con lanterne e lumi a petrolio; alla sera una grossa lucerna, lume a petrolio consistente in una coppa chiusa per il combustibile, un beccuccio per il lucignolo, un paralume sostenuto da un anello tondo e da un asta verticale, appesa al centro della cucina illuminava con la sua pallida luce tutto il locale durante la cena; terminata la cena, per risparmiare petrolio, si spegneva la lucerna e si accendeva il “lumino” e per evitare che il fumo dello stesso, dall’odore acre e sgradevole, invadesse l’ambiente lo si appendeva sotto il camino in modo da convogliare il fumo nelle canna fumaria e farlo così uscire all’esterno; anche il fuoco del camino con il suo bagliore contribuiva ad illuminare la stanza.

Il “lumino“ non era altro che un lume a petrolio costruito da abili artigiani locali, i quali, con pezzi di latta recuperata qua e là, riuscivano a creare dei veri capolavori; quello che io ricordo era fatto con latta recuperata da un barattolo rotondo che conteneva concentrato di pomodoro marca “alpino”.

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La base del lumino consisteva in un disco di latta ricavato dal fondo o dal coperchio del barattolo, su questo disco era saldata la parte più larga di un contenitore simile ad un imbuto che, riempito di sabbia per appesantirlo, serviva a dargli stabilità.

Sul collo di questo imbuto, vi era fissato un piccolo manico a mezzaluna, utile per il trasporto, alla sommità del collo si innestava il serbatoio per il petrolio formato da due coni, sempre di latta, uno opposto all’altro, all’apice del cono superiore, parte più stretta, c’era saldato il porta lucignolo o stoppino; alcuni tipi di lumini avevano un porta stoppino dotato di un piccolo perno girevole con il quale si poteva far scorrere avanti e indietro la treccia di fili di cotone che costituivano lo stoppino, ottenendo così la regolazione della fiamma per un intensità luminosa più o meno intensa.

L’assemblaggio di tutte queste parti così perfettamente sagomate veniva fatto con saldature a stagno e l’artigiano maestro d’arte dello stagno veniva chiamato “magnano” o “stagnino”.

Il pane veniva fatto in casa una volta alla settimana e si conservava perfettamente integro e saporoso per tutto il periodo; esso comportava una lunga lavorazione; le donne di casa la sera prima setacciavano la farina e con essa preparavano l’impasto usando poca acqua nella quale era stato sciolto il lievito “madre”: l’impasto così preparato riposava tutta la notte per una prima lievitazione. Al mattino presto, le donne riprendevano la lavorazione dell’impasto e manipolandolo a forza di braccia preparavano le pagnotte o “micche”; le pagnotte pronte rimanevano a riposo tanto quanto bastava per raggiungere la giusta lievitazione; mentre le pagnotte piano piano lievitavano, veniva riscaldato il forno e al raggiungimento della giusta temperatura, che normalmente coincideva con la giusta lievitazione delle pagnotte, dal forno veniva tolta la cenere e le brace per mezzo di uno spazzettone costituito da un lungo bastone di legno con legato a una estremità un grosso mazzo di felci inumidite nell’acqua per evitare una rapida bruciatura; dopo questa spazzolatura si procedeva alla cottura delle “micche” introducendole una ad una nel forno con una pala di legno. Il forno per la cottura del pane, fatto in mattoni, era riscaldato con fascine di legna; solo l’occhio esperto delle donne era in grado di stabilire quando il forno aveva raggiunto la temperatura  ideale per la cottura; esse si basavano sul colore che i mattoni assumevano durante il riscaldamento e man mano che i mattoni assumevano un colore biancastro significava che ci si avvicinava sempre più alla giusta gradazione; durante la cottura, che durava circa un’ora, nei pressi del forno si poteva apprezzare un inebriante profumo di pane fresco.

forno a legna

La farina, elemento determinante per ottenere un buon pane era frutto del lavoro del contadino che iniziava con l’aratura del terreno nei mesi estivi, la semina del grano nei mesi autunnali e terminava con la mietitura e la trebbiatura nei mesi di giugno e luglio dell’anno successivo.

Alla mietitura effettuata con la falce a mano, seguiva la legatura dei covoni; questi mazzi di spighe a bordo di piccoli carri trainati da bovini, venivano in seguito trasportati con cura, per non perdere chicchi di grano lungo strada, nell’aia di casa; qui venivano accatastati a forma di pagliaio con le spighe rivolte all’interno e lì restavano in attesa del giorno della trebbiatura.

mietitura

Il giorno della trebbiatura era una giornata particolare, sembrava quasi un giorno di festa; l’arrivo della carovana composta da un trattore a “testa calda” con a traino la trebbiatrice, l’imballatrice e un carretto con lubrificanti e carburanti era atteso con ansia e trepidazione; il giungere di questi macchinari era sempre incerto, qualche imprevisto o qualche inconveniente poteva sempre accadere, con il rischio di rimandare per alcuni giorni l’evento; la tensione si allentava quando in lontananza si sentiva il classico rumore del trattore che lentamente si avvicinava all’aia dove le due macchine venivano sapientemente posizionate una in fila all’altra. L’imballatrice veniva piazzata direttamente sotto la grande bocca della trebbiatrice da dove usciva la paglia una volta spogliata del grano; la paglia cadeva così direttamente su una specie di nastro trasportatore dell’imballatrice, un braccio meccanico la introduceva all’interno della macchina dove un carrello, scorrendo avanti e indietro, provvedeva a comprimerla e legarla con dello spago per farne delle balle rettangolari; il trattore, per mezzo di una puleggia e una lunga cinghia, metteva in movimento tutti i meccanismi delle due macchine.

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La gente si aiutava a vicenda scambiandosi giornate di lavoro e tutto il vicinato partecipava dandosi così una mano; c’erano gli addetti al movimento dei covoni, c’era chi introduceva i covoni nella trebbiatrice, chi era addetto a riempire i sacchi di frumento e chi sistemava le balle di paglia sfornate dall’imballatrice; un notevole rumore, dovuto al contemporaneo movimento dei meccanismi delle macchine, e una immancabile nuvola di polvere avvolgeva tutti i lavoranti; le donne invece si occupavano della cucina, il loro compito era quello di preparare un sostanzioso pranzo per tutti; era anche una delle poche occasioni in cui si recavano dal macellaio per acquistare una buona qualità di carne che in aggiunta ad una gallina, sacrificata per l’occasione, contribuiva alla riuscita di un gustoso bollito misto; il padrone di casa, per non essere da meno e per non far mancare qualche sorso di buon vino, di tanto in tanto si aggirava tra i lavoranti con bottiglia e bicchieri.

Una piccola parentesi merita ora il trattore in uso a quei tempi. Il trattore era un trattore cosiddetto a “testa calda” in quanto usava un motore monocilindrico alimentato ad olio pesante; unico motore in uso a quei tempi per la costruzione di trattori, necessitava per la sua messa in moto di un preriscaldamento; quello di cui io conservo il ricordo era un “Bubba”, così chiamato dal nome del suo costruttore. Il funzionamento di questo motore era basato sulla temperatura e sulla compressione; per avviare questo motore occorreva riscaldare con una lampada a petrolio una specie di testa o calotta posta sul frontale del trattore stesso nella quale confluiva l’aria e il combustibile; una volta raggiunta la temperatura idonea, si dava una forte spinta, a mano, a un grosso volano posto su un lato del trattore stesso, questa spinta generava una notevole compressione che polverizzando il combustibile ne innescava lo scoppio, dando così il via all’avviamento motore.

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Antico trattore ” Bubba”

La forza trainante di questo tipo di trattore era alquanto limitata, anche se la cilindrata del suo motore era piuttosto elevata, tant’è vero che in particolari situazioni, quando doveva effettuare il traino di tutti i macchinari, di fronte a salite particolarmente ripide, necessitava dell’aiuto dei buoi che, agganciati davanti al trattore stesso, contribuivano al movimento di tutta la carovana.

Un breve cenno merita anche la macinazione del grano e dei cereali. A la Marena, località vicino al greto del torrente Ceno, era in funzione un mulino ad acqua, le cui macine in pietra giravano proprio grazie alle acque del Ceno.

Queste acque, imbrigliate a monte da uno sbarramento in pietre e sassi del torrente stesso, venivano dirottate in un canale che costeggiando il torrente le trasportava fino al mulino; qui creavano una piccola cascata, l’acqua si abbatteva su una apposita ruota che, girando, metteva in funzione un sistema di ingranaggi meccanicamente connessi alle macine in modo da imprimere ad esse un movimento rotatorio continuo; la maggior parte del sistema meccanico che faceva girare le macine era in legno, lo sforzo che doveva fare questo sistema artigianale era notevole e, benché la manutenzione fosse all’ordine del giorno, le rotture e gli imprevisti erano frequenti e di conseguenza il mulino spesso era temporaneamente inattivo. Naturalmente anche quando si verificavano le piene del torrente per qualche giorno non si macinava, la forza dell’acqua distruggeva tutto lo sbarramento a monte, l’acqua si disperdeva e le macine rimanevano ferme.

Tutte le famiglie della vallata si servivano di questo mulino per trasformare le proprie granaglie in diversi tipi di farine, sia per uso alimentare che per uso animale.

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Antico mulino ad acqua

Poco prima che le scorte di farina si esaurissero, la gente, con i mezzi di trasporto di cui disponeva quali carri, carretti e slitte, caricati di alcuni sacchi di frumento o cereali e trainati da mucche o da buoi, si muoveva al mattino presto alla volta del mulino; l’intento era quello di arrivare di buon ora ed essere tra primi ad iniziare la macinatura, questo per evitare il rischio di lunghe attese che inevitabilmente si venivano a creare dato che quasi sempre le due macine, di cui il mulino disponeva, giravano alternativamente. Questo alternarsi di rotazione dipendeva dal fatto che spesso l’acqua era scarsa e di conseguenza veniva a mancare la spinta necessaria per il movimento simultaneo di ambedue le macine; c’è anche da considerare il fatto che la macina usata per macinare il grano non poteva essere usata per macinare i cereali: la macina per i cereali era infatti regolata per una macinatura molto meno precisa e più grossolana. Sta di fatto che la giornata veniva quasi interamente trascorsa al mulino, difficilmente si riusciva a tornare a casa prima di sera e anche se queste soste di tanto in tanto erano allietate da qualche bicchiere di buon vino, erano comunque sempre noiose e stressanti per questa gente abituata ad essere sempre attiva ed operosa.

L’acquedotto che oggi serve tutta la popolazione della vallata a quei tempi non esisteva. Alla fine degli anni 40 (1948), gli abitanti della zona fondarono un consorzio/cooperativa al fine di poter costruire un acquedotto sfruttando una sorgente posta sull’altopiano detto del “Bondone”, a valle dell’abitato di Lagadello. Lo statuto di questo consorzio, fra le altre cose, prevedeva che ogni famiglia si facesse carico dello scavo del fossato che avrebbe dovuto contenere i tubi in proporzione ai componenti, agli animali e ai possedimenti che ogni nucleo famigliare deteneva; fu così che ad alcune famiglie furono assegnati tratti lunghi diverse centinaia di metri.

A quei tempi le macchine per il movimento terra erano un miraggio, pertanto gli abitanti armati solo di picconi e badili diedero inizio allo scavo di questo lungo e profondo fossato che, partendo dalla sorgente, attraversando campi e boschi, toccando i vari casolari, giunse fino alle ultime frazioni a fondo valle . I lavori per lo scavo, la posa dei tubi, la costruzione dei fontanili durarono alcuni anni, ma alla fine l’acqua corrente arrivò finalmente in tutte le case. Un cospicuo contributo per far fronte al costo dei materiali fu a carico dello Stato.

acquedotto Fontanile pubblico del 1949

Prima della costruzione dell’acquedotto, la gente si procurava l’acqua potabile attingendo con dei secchi presso piccole fontane sparse qua e la nei boschi o nei campi; i secchi venivano poi riposti in cucina, o su un bancone o appesi a ganci sporgenti dal muro nelle vicinanze del lavandino; per bere si prelevava l’acqua dal secchio con un mestolo.

L’abbeveraggio del bestiame avveniva accompagnando gli animali presso varie pozze d’acqua o torrenti sparsi sul territorio nelle vicinanze delle abitazioni.

Le donne provvedevano al bucato utilizzando una tinozza nella quale mettevano in ammollo in acqua bollente mista a cenere i panni da lavare posizionandoli in vari strati, i panni venivano lasciati a bagno per diverse ore, poi le donne estraevano questi panni, li strizzavano e li ponevano in una cesta di vimini, si caricavano quindi questa cesta sulle spalle e si recavano al più vicino ruscello dove provvedevano al lavaggio e al risciacquo immergendoli più volte in acqua limpida e corrente: i panni lavati venivano poi messi ad asciugare su di un filo teso nell’aia di casa e una volta asciutti venivano stirati con il ferro da stiro a “braciere” se questi erano tanti; se invece i capi da stirare erano pochi si usava il ferro a “piastra calda” che veniva normalmente lasciato sulla stufa in modo da mantenerne sempre calda la pesante base

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La gente del posto non aveva molte pretese, si accontentava di quel poco che la scarsa economia della montagna offriva loro; l’isolamento dalle città e dalle pianure, dovuto ai quasi inesistenti mezzi di trasporto, alle strade poco più che mulattiere, faceva loro ignorare le diverse condizioni di vita altrove possibili.

Il telefono non c’era, la linea telefonica è arrivata molto più tardi, a metà degli anni settanta; la vita contadina di quei tempi non offriva alcuna forma di divertimento, il cinema e le sale da ballo erano lontani, solo la città offriva qualche svago. L’anno era lungo e laborioso e per trascorre in amicizia e allegria qualche serata, la gente, periodicamente, dava vita a diverse tradizioni popolari. Una tradizione tra le più note era il “Cantamaggio”, canzoni di buon auspicio che annunciavano l’arrivo della primavera.

Il 30 aprile di ogni anno, al tramontar del sole, uomini e donne  della vallata di tutte le età si davano appuntamento, formavano un gruppo di cantori e, accompagnati dalle note di un fisarmonicista locale, raggiungevano a piedi le varie frazioni, sostavano davanti ad ogni abitazione, cantavano le più note canzoni popolari del tempo, invitavano il padrone di casa ad offrire  loro qualcosa, uova, formaggio, salumi e qualche bicchiere di vino, in cambio del canto della canzone portafortuna; a sera inoltrata, alla fine del giro, si ritrovavano con gli altri abitanti della valle in qualche casa per continuare la festa notturna con balli e canti.

Un testo del Cantamaggio così recitava:

A voi padron di casa,vi siam venuti a dire

che l’è arrivato maggio, se n’è partito aprile

capo di primavera

Se non volete credere che maggio sia arrivato,

affacciatevi al balcone vedrete ben fiorito

l’è maggio garantito……..

e così terminava:

In pace vi troviamo, in pace vi lasciamo…….

Nella nostra zona questa tradizione, causa lo spopolamento, non è più in uso da parecchi anni; però è ancora molto sentita nell’alta Valceno.

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Cantamaggio in alta Valceno

Un altro momento di comune incontro tra gli abitanti dei casolari vicini avveniva in occasione della “scartocciata”, l’eliminazione delle foglie dalle pannocchie di granoturco.

Alla fine del mese di settembre, dopo la raccolta, le pannocchie di granoturco venivano trasportate e accumulate nei fienili dove sostavano per qualche giorno; qualche sera dopo la gente del vicinato si ritrovava e, seduta intorno a questo mucchio di pannocchie, mentre “scartocciava”, dava spazio alla fantasia raccontando storie e fatti più o meno veri, chiacchierava e cantava, passando così la nottata in allegria; in un angolo si ammucchiava il granoturco spogliato e in un altro angolo gli scartocci; successivamente da questo mucchio di scartocci venivano selezionate le foglie  più bianche e meno ruvide che, messe da parte, in un secondo tempo potevano essere utilizzate per fare materassi o pagliericci; quest’appuntamento tradizionale era anche un opportunità d’incontro per ragazzi e ragazze e non è da escludere che qualche storia amorosa sia sbocciata da questo cumulo di pannocchie; naturalmente durante tutta la nottata, come consuetudine, per scaldare gli animi, non poteva mancare una sorsata di buon vino.

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Altro appuntamento tradizionale ed emozionante per i più piccoli era l’arrivo di Santa Lucia: nella notte tra il 12 e il 13 dicembre la fantasia dei bimbi spaziava nel cielo immaginando una bella e dolce fanciulla che, con il suo asinello carico di dolciumi e regali, volava da una casa all’altra per lasciar loro qualche modesto giocattolo, qualche dolciume e per i più birichini anche qualche pezzetto di carbone.

In quella notte i bambini dovevano andare a dormire molto presto, non dovevano farsi trovare svegli all’arrivo di Santa Lucia, pena la mancata sosta della Santa e la conseguente perdita dei doni; il sonno per questi bimbi non era dei più tranquilli, l’ansia del risveglio e la curiosità per i regali erano validi motivi di agitazione. Al mattino la sveglia per questi piccoli era di buon ora, con bramosia controllavano il ricevuto ed anche se i doni erano poveri e di piccola entità, qualche caramella, torrone o mandarino, per loro era comunque una festa e si sentivano felici e contenti, forse più di ora.

Un ulteriore momento suggestivo ed emozionante si viveva la sera della vigilia di Natale: la cena della vigilia era di magro, perciò non si mangiava carne.

Nel pomeriggio le mamme preparavano il pasto serale secondo tradizione; pasta con le noci, tonno, sgombri e mostarda di frutta casalinga; la sera, al momento di preparare la tavola, i bambini, prestando la massima attenzione per non farsi scoprire, collocavano sotto il piatto del papà la “Letterina di Natale” e con ansia attendevano che il papà sollevasse il piatto e con sorpresa scoprisse così la lettera.

La lettura dello scritto creava sempre un momento di fibrillazione sia nel cuore dei figlioletti che in quello dei genitori; questi bimbi con mano incerta, però con tanto amore e innocenza, chiedevano perdono ai genitori per le loro piccole malefatte combinate nell’anno che stava per finire e si impegnavano con buoni propositi per l’anno che stava per arrivare.

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A quei tempi, le suggestioni e le emozioni dei bimbi nel periodo Natalizio erano assai più sincere e sentite di oggi: ora i dolci e i giocattoli sono all’ordine del giorno e anche i buoni propositi lasciano il tempo che trovano; il periodo in cui stiamo vivendo, sempre più incalzante e frettoloso sta cancellando inesorabilmente questi fantastici momenti d’innocenza.

Un altro evento, però particolarmente infelice, avveniva nei mesi di dicembre e gennaio, periodo freddo e per questo adatto all’uccisione del maiale.

Quasi tutte le famiglia ogni anno allevavano un maiale, lo acquistavano quando era ancora piccolo, lo crescevano nutrendolo con cereali e qualche avanzo di casa e una volta raggiunto un peso idoneo, verso la fine di ogni anno, e comunque entro il 17 gennaio (ricorrenza di S. Antonio Abate) provvedevano alla sua macellazione.

La macellazione di questo animale era necessaria e importante per la vita contadina; essa forniva nutrimento e sostentamento a tutti i componenti del nucleo famigliare per parecchi mesi dell’anno.

Il modo in cui questa povera bestia veniva uccisa era piuttosto cruento; la macellazione avveniva con strumenti e mezzi artigianali, l’agonia e il grugnito dolente dell’animale duravano diversi minuti.

In quel periodo, credo che nessuna famiglia della zona possedesse un apparecchio radio, era da poco terminata la seconda guerra mondiale e non c’erano soldi per acquistare gli apparecchi e anche la televisione era ancora lontana.

Le prime trasmissioni televisive a diffusione nazionale iniziarono in Italia il 4 gennaio 1954. A quei tempi solo 15.000 famiglie italiane possedevano un televisore (il costo di un apparecchio equivaleva a sette/otto mesi di stipendio di un operaio). Le trasmissioni iniziarono con la diffusione del segnale nelle grandi città e in seguito, con un’espansione relativamente lenta, è arrivato anche nella nostra zona diverso tempo dopo.

Il primo televisore dalle nostre parti fu installato a Contile in concomitanza o poco dopo l’inizio della trasmissione televisiva di Mike Bongiorno “Lascia o Raddoppia” (26 novembre1955). Questo televisore fu collocato in un piccolo locale a piano terra, tuttora esistente, in un fabbricato nei pressi della curva a gomito della strada provinciale che sale verso Pessola. In breve tempo questo locale era diventato un punto d’incontro per giovani e meno giovani; qui ci si incontrava il giovedì sera per “Lascia o Raddoppia” e il sabato sera per il “Musichiere”, altra trasmissione che ebbe molto successo negli anni 1957/58. Il locale e il televisore erano gestiti da una persona del posto e, per contribuire alle spese di gestione, era usanza da parte del pubblico dare al gestore una libera offerta (50 lire o anche meno). Non essendoci in zona alcun altro luogo o occasione di divertimento e di svago, anche se il segnale televisivo spesso era scadente, l’appuntamento settimanale era un momento di distrazione per tutti. Lo spettacolo iniziava una decina di minuti prima delle nove di sera con “Carosello”, una serie di spot pubblicitari poi passati alla storia; la curiosità e la novità dell’evento attirava molta gente da tutto il vicinato anche se ci si doveva recare a Contile a piedi.

In tempi in cui da queste parti esisteva ancora molta miseria, questi primi quiz televisivi dove il concorrente poteva vincere discrete somme di denaro erano oggetto di appassionate discussioni sia alla fine della trasmissione che durante il ritorno verso casa, in quanto, al contrario dell’andata, normalmente per alcuni tratti si percorreva in compagnia .

Da parte mia, essendo allora molto giovane, il tratto di ritorno che dovevo percorrere da solo per tornare a casa lo affrontavo sempre con po’ di timore; portavo con me una piccola torcia a batteria e camminavo per quanto possibile al centro dei campi, ma era sufficiente un piccolo rumore o il movimento di qualche foglia per farmi sussultare e farmi allungare il passo.

Questo televisore, in concomitanza con l’inizio dell’emigrazione, è stato il primo segno che i tempi lentamente stavano cambiando e che stavano per arrivare anni sempre difficili ma meno duri: era l’alba del così detto “boom economico”.

All’inizio degli anni sessanta le persone più giovani che in primavera e in estate coltivavano i campi, all’inizio dell’autunno dopo la semina del grano, con una valigia di cartone, qualche indumento e altra poca roba dentro “prendevano la corriera” per Fornovo e lì salivano su un treno con destinazione Milano.

stazione corriere

Il lavoro principale che questi giovani andavano a svolgere a Milano era quello del “fuochista”, oggi si direbbe “conduttore di caldaie”. Il salario che percepivano era calcolato in funzione alla quantità di caldaie che riuscivano a gestire, di conseguenza più caldaie gestivano, più il salario era rimunerativo; la maggior parte delle caldaie funzionava a carbone o a olio pesante, causando anche allora un alto livello d’inquinamento. La campagna del fuochista durava da metà ottobre a metà aprile e la vita che conducevano non era delle migliori; la maggior parte di essi si spostava da un condominio all’altro a piedi o in bicicletta anche nelle giornate fredde e piovose e tanti, per risparmiare qualche soldo in più, si adattavano a dormire nello stesso locale caldaia

Oggi i tempi sono cambiati, gli impianti di riscaldamento hanno subito radicali modifiche, non c’è quasi più né carbone né olio pesante, le caldaie nelle grandi città funzionano a gas naturale, ma in compenso sono aumentate le automobili e di conseguenza il livello d’inquinamento è ancora molto elevato ovunque. Abbiamo tante automobili, autostrade, treni super veloci e aerei a basso costo, la qualità della vita rispetto a tanti anni fa è notevolmente migliorata, sono state fatte tante conquiste economiche e sociali, ma per sostenere questo tenore di vita, ogni giorno, la maggior parte di noi è costretta ad una perenne corsa contro il tempo con l’illusione di raggiungere un obiettivo che si allontana sempre più: il miglioramento del proprio benessere economico e sociale.

I risparmi, derivanti dal duro lavoro, dalle fatiche e dai sacrifici che questi “fuochisti” hanno affrontato per tanti anni hanno contribuito notevolmente al miglioramento del tenore di vita delle loro famiglie: con questi risparmi i vari nuclei famigliari hanno ristrutturato le loro abitazioni e hanno acquistato macchinari agricoli; la vita quotidiana pian piano è migliorata e le dure fatiche di un tempo hanno lasciato spazio ad un periodo relativamente migliore.

Alla fine degli anni novanta, anche le strade sono state sistemate ed è arrivato l’asfalto; i carri e i buoi hanno lasciato spazio ai trattori e alle automobili; questa parvenza di benessere che ci circonda ha favorito un notevole incremento della circolazione, la gente gira e si sposta con più facilità e grazie ai mezzi moderni raggiunge facilmente luoghi un tempo impensabili.

L’effetto di questo andirivieni é tangibile anche dalle nostre parti, basta percorrere qualche sentiero o attraversare qualche bosco per notare che qualche “incivile”, privo di rispetto verso se stesso e nei confronti della natura ,transitando in questi luoghi ha lasciato tracce del suo passaggio abbandonando qua e la ciò che avrebbe dovuto riportarsi a casa (lattine,bottiglie di plastica,sacchetti vari).

La campagna intorno a noi è quasi del tutto incolta, dove un tempo si potevano osservare terreni arati e coltivati, campi di grano, filari di vite, ora si ammiriamo solo prati spontanei ricoperti da fiori di ogni genere che qualche “coraggioso” a stento riesce a tenere puliti con il taglio primaverile dell’erba; la cultura della civiltà contadina, fatta di valori civili e morali, che per decenni i nostri padri hanno saputo coltivare, man mano che il tempo passa sempre più velocemente viene dimenticata, il menefreghismo e la mancanza di rispetto verso tutto e verso tutti dilaga sempre più anche nel nostra valle; purtroppo con il venir meno della popolazione, lo scarso incremento demografico e l’abbandono dei giovani per una vita migliore in città è venuto a mancare anche quel controllo e quella vigilanza che contribuiva a contrastare questo odioso malcostume.

(1) “Lametta”Altopiano a sud tra Canova e Priana

(2) Il potenziamento dell’elettrodotto avvenne nel 1979: Il costo dell’impianto fu di 14.620.000 lire che fu suddiviso tra le 45 famiglie della zona,le quali contribuirono con una quota pro capite di 280.500 lire . Il Comune di Solignano partecipò alla spesa con una quota di 2.000.000 di lire

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MAIALATA 2017

Massari, 23 dicembre 2017

Per festeggiare il ” divin porcello”, protagonista indiscusso della gastronomia  contadina,  in   costante crescita  anche nel  nostro  territorio , a MASSARI in Val Ceno, il 16 dicembre u.s.  si sono ritrovati  amici, conoscenti e abitanti della valle per l’ormai tradizionale appuntamento della “MAIALATA”, festa in onore di questo eroe che si sacrifica  costantemente per la nostra tavola.

E’ la quinta edizione e gli ” Amici della Val Ceno” hanno preparato un menu ricco di specialità  che diffondono profumi e aromi inconfondibili  nel locale già vestito a festa per l’imminente arrivo del Natale.

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Dopo un antipasto di salumi vari di produzione locale e tortellini in brodo, si sono alternate  varie portate di specialità suine; salsicce,  costine di maiale al forno e polenta nostrana ; la frutta di stagione e il panettone hanno ricordato l’imminente arrivo del S. Natale.

La novità di questa edizione sono stati i fuochi d’artificio, cinquanta botti luminosi che hanno rischiarato tutta la valle, e naturalmente tanta  musica che ha rallegrato la compagnia fino a notte inoltrata.

Ringraziamo anche il nostro Sindaco Sig. Lorenzo Bonazzi, che nonostante i tanti guai che ha avuto con il gelicidio ha trovato il tempo di partecipare per  porgere gli auguri dell’Amministarzione Comunale.

Buon Natale e Buon Anno a tutti.

Ed ora alcune foto ricordo

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